FRANCO BUNCUGA

Le atmosfere di cui vivono le opere di Giuseppe De Vincenti forse può averle colte chi si è aggirato solo, di notte tra i vicoli di un paese mediterraneo: Grecia, Italia meridionale, le isole.

Ogni cosa è permeata da una luce forte, fredda, che i bagliori del calore diurno del sole: braci che covano nella materia, nella parentesi magica della notte,sensazione che riscalda nuovamente la pelle nel ricordo della giornata.

Il ricordo della presenza delle cose, la sospensione del tempo, il silenzio degli oggetti sembrano escludere la presenza umana dalle opere di De Vincenti; non esiste gerarchia nelle sue composizioni: siamo davanti al tutto pieno della memoria, la presenza del soggetto è in questa unità delle cose che esce dalla tela e cattura magicamente chi si attarda e si lascia cadere nella malia dei colori soffusi che non rimandano ad un centro di gravità, ma cullano e riportano con un moto a lente spirali alla propria coscienza.

E' il modo di De Vincenti di trasmettere se stesso attraverso il proprio amore per i luoghi, cose, ricordi, che devono concludere nel 'medium' la presenza umana, da individuo ad individuo, con una esperienza diversa di volta in volta.

Trasmettere un paesaggio mentale presuppone un contatto unico con l’osservatore, che si ripete ogni volta nuovo: chi coglie la nostalgia dei colori, chi la magia degli oggetti e l’ambiguità lunare della luce, chi attonito dalla mancanza di ogni segno umano, sente aleggiare nell’opera una presenza, che non si fa persona.

Anche i paesaggi, senza segni urbani, sembrano intravisti da un vicolo, da una piazza sopraelevata, in quei luoghi magici che esistono nei nostri paesi, in cui la natura improvvisamente, in maniera netta, si distingue dalla città. Ma l’uomo rimane assente in figura, presente nella regolarità di un filare, nella delimitazione di un campo o di una coltivazione, nella scelta di un colore, di una forma geometrica sul pendio di una collina o di un prato. Una costa marina è il percorso verso una casa isolata, un paesaggio senza segni umani, un attimo di contemplazione lungo un percorso. Lontano dalla città, lo sguardo si perde e le ondulazioni del terreno, il profilo del cielo diventano linee astratte di armonia che rimandano solo a sensazioni, a scoperte di stati d’animo.

Giuseppe De Vincenti ogni tanto scivola nell’astratto, ma perché è attirato dai colori dei suoi paesaggi, dalle linee che lo portano a confondersi con la terra da cui proviene, in una visione panteistica, meditativa della natura, vuole confondersi, identificarsi con il messaggio, godendo dei morbidi colori della lontananza che evoca nel tempo e nello spazio.

Escludere la figura umana dalle sue opere vuol dire voler parlare all’uomo, non dell’uomo, cercare un dialogo intimo individuale con chiunque desideri avvicinarsi alla cristallizzazione, al deposita, al precipitato dei suoi sentimenti. Dire spesso è violenza, suggerire e sussurrare è rispetto e ricerca di dialogo; il Dio che sta a Delfi non nega né afferma, dà cenni. Ritrovo in questi paesaggi il colore delle passeggiate notturne tra le rovine di Delfi, la loro magia, il brivido dietro la schiena della presenza degli invisibili, il piacere sulla pelle di un calore e di un’aria perfette, fermi, per sempre, nel ricordo.

I paesaggi di De Vincenti nascono nel sole: la composizione parte dalla definizione degli oggetti in una luce diurna, forte, poi l’artista inizia la stesura di velature, o raschia il colore, facendo riaffiorare stesure precedenti, sino a trovare quell’attimo sospeso che lo soddisfa. Spesso questo processo dura giorni, mesi, a volte è quasi immediato, ogni opera cerca il suo equilibrio in modo diverso. Nel farsi del quadro, la luce del sole, la presenza delle cose alla coscienza, lasciano il posto agli azzurri della luce lunare, della dea del ricordo e della malinconia.

Azzurro, color di lontananza, ogni velatura allontana nel ricordo luoghi, cose, sensazioni, irrigidisce i volumi e li fissa in una luce che non è della notte ma del ricordo. Il sovrapporsi delle velature vuole sigillare il tempo, il sole si ribalta nella luna e la luna ne rincorre il calore: è l’eterna ricerca della ricomposizione dell’unità, del superamento del divenire. La notte si sovrappone al giorno e coesiste ad esso, fermando il ciclo dei ritorni. E’ il luogo degli archetipi il territorio della memoria in cui De Vincenti vuole situare i luoghi reali della propria terra, quel luogo in cui l’esperienza diviene ricordo e la scoperta ricongiungimento. Forse la tecnica più congeniale all’autore nella quale esprime in maniera più matura la propria poetica, è l’acquerello. Superando naturalmente la difficoltà tecnica della grande dimensione – che non va mai a scapito dell’omogeneità della stesura – gli acquerelli presenti nell’esposizione acquistano col gioco sapiente delle velature, a buon diritto, quella definizione di "paesaggi mentali" cara all’artista. Squarci di paesaggio che si depositano nel ‘ tutto pieno’ della coscienza, in cui gli oggetti, i volumi, le distanze sono variazioni di tono della stessa sensazione, che si ricongiungono fuori dallo spazio e dal tempo all’eterno presente della memoria. Morbidi pendii sfumano dolcemente nel cielo della sera, elementi di architettura evocano la sicurezza dei luoghi conosciuti, la luce mostra nel ricordo ciò che il presente nega.

Indugiando nell’osservazione dei particolari negli oli, in cui la stessa tecnica delle velature e la ricerca degli stessi toni degli acquerelli produce opere omogenee, ma con una diversa forza di fissazione della materia, si scorge a tratti il ricordo della luce diurna che impregna gli oggetti, come l’affiorare della brace nei fuochi spenti, pronti al soffio che li farà rivivere, luce che ogni tanto riappare come qualità inerente alle cose, contenuta a forza nell’opera dalla volontà dell’estraniarsi, dall’esigenza di sopportare la distanza dal mondo reale da cui questi paesaggi sono evocati, per sopportare il presente, per rendere lirica la sofferenza del distacco, che solo la poesia può sublimare.

Forse è per questo che nelle opere tutto è fermo, non circola aria, tutto esprime attesa di un evento, è esclusa la presenza umana. Qualsiasi movimento scatenerebbe un incendio dei sensi e delle cose che è latente sotto le forme morbide e gli azzurri delle velature. Forse è questa la forza segreta dell’opera di De Vincenti.

 

Presentazione al catalogo, mostra galleria "Prospettive grafiche", Brescia, 1992  

Franco Buncuga

 

 

 

 

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