MAURO CORRADINI

 

Alla sua terza personale in città Giuseppe De Vincenti si presenta con un compatto nucleo di opere, che Franco Buncuga introduce in catalogo: Prospettive Grafiche, via Trieste, 21 b, fino al 14 maggio. Si tratta di una serie di paesaggi mediterranei, scritti nella luce notturna, attraverso cui l'artista viene delineando - spesso con le trasparenze dell'acquarello - paesaggi lontani, o vicoli di paesi arroccati sulla sommità di lievi pendii. Manca l'uomo, anche se esso "rimane, assente in figura, presente nella regolarità di un filare, nella delimitazione di un campo o di una coltivazione, nella scelta di un colore, di una forma geometrica sul pendio di una collina o di un prato".

De Vincenti definisce un mondo attonito, illuminato da una luna che non vediamo, sorpreso, come in attesa di un evento magico e irripetibile, di cui non scopriamo il significato; De Vincenti delinea i paesaggi che si distendono come colline che vaghino nel cielo azzurro, spesso attraversato dal segno

brillante di una stella cadente. A volte, dal paesaggio esterno, De Vincenti si accosta ai paesaggi urbani, ai piccoli paesi addormentati, che solo attraverso luci sparse denunciano una vitalità, apparentemente mancante. Tutto è immobile e sospeso: ed il lettore rimane avvolto dallo stupore con cui l'artista tende a fermare l'immagine del mondo. Per certe aperture "notturne", ci sembra, quello di De Vincenti, simile allo stupore di Ciaula quando scopre il biancore della luna; in altro versante, l'immobilità delle cose, la mancanza di aria, in senso proprio, sembra essere più decisiva metafora di una condizione umana, misurata non attraverso gli uomini, ma attraverso le cose e gli oggetti degli uomini. In questa prospettiva, la natura intatta e lontana, di cieli tersi e limpidissimi, assume il valore di una lontananza che non tocca agli uomini, il valore assoluto da cui ci siamo forse allontanati o a cui forse mai ci siamo accostati: un evento da osservare e cogliere nello splendore di una notte mediterranea.

 

Giuseppe De Vincenti a Prospettive Grafiche' -  Bresciaoggi   1/5/1992 

 

Giuseppe De Vincenti e Ugo Donati in mostra nella sala di via Battaglie

Le «tecniche» e i «segni» di due artisti bresciani

Due personali in parallelo sono leggibili nella sala comunale dell'ex-chiesa dedicata anticamente ai Santi Filippo e Giacomo (via Battaglie, 61: fino al 7 gennaio): si tratta dei paesaggi di Giuseppe De Vincenti e delle figure di Ugo Donati. I paesaggi di De Vincenti si muovono alla ricerca di un ordine, di una misura, ritrovata nella struttura della forma: sono paesaggi costruiti attraverso «spazi fatti sia di cose (alberi, acqua, cielo, nuvole, terra, edifici) sia di geometria ponderata», annota in catalogo Dario Torchiaro: «in essi la luce e l'ombra, il giorno e la notte si misurano». Il paesaggio di De Vincenti, realizzato nell'ultimo biennio, rinvia ancora all'origine mediterranea del pittore; costruito su quel confine tra terra / cielo /mare che del nostro Sud è carattere ambientale, appare scandito per blocchi cromatici, che scoprono l'equilibrio formale nelle cose naturali. L'opera del pittore è una trascrizione della mano - mente, prima ancora che della mano - occhio.

I paesaggi del pittore bresciano si configurano all'interno della tendenza poetica, che ha investito l'ultimo ventennio in ambito neo-figurativo: attingendo alla misura, anzichè all'espressione, l'icona assume vigore nell'intensità nel timbro, nei riverberi rigorosi, nella tensione equilibrata dei vuoti e dei pieni, piuttosto che cercare risposte emotive nei grumi e nei gesti della mano, nelle vibrazioni materiche delle cromie.

Le figure di Donati costituiscono una «lotta» interna all'immagine; come se Donati, in ogni segno, rinnegasse ed esaltasse l'operazione di pittura, attento a far sì che la figura femminile (questo è il suo soggetto unico) ad un tempo appaia come forma, nella tradizione della pittura, e come figura, attraversata dalle emozioni dell'artista.

Alla fine del viaggio sul corpo (o nel corpo?) che l'artista bresciano viene compiendo con metodo e misura da alcuni anni, la riflessione ritorna al segno; quel che appare è solo un segno. Nell'opera di Donati aggalla a volte il bisogno di essere, lasciarsi andare come pittore antico: avvertiamo la pittura, sentiamo il pennello che si immerge nel colore e cala sulla tela, con un'energia difforme: si evidenziano colature, sbavature. Emerge, in qualche caso, la donna, che è stata modella.

Il taglio della figura, dal collo a metà coscia, costituisce un indubbio «prelievo» dalla fotografia, che non dimentica il suo formato, costretto dalla tecnica, prima ancora che dal pensiero. Donati conosce la fotografia, e l'ha spesso utilizzata, nel suo viaggio concettuale, proprio nella seconda metà degli anni Novanta. Ancor oggi usa la fotografia, per riflettere sull'immagine, sul valore mimetico ed astratto a un tempo; riflettere sul segno, che la fotografia più ancora che la mano può occultare o rendere meno appariscente nell'interezza della forma esibita appare come fine del lavoro artistico.

A volte l'artista utilizza una scansione di sfondo che dialoghi con il segno; altre volte, lascia che il segno scivoli docilmente sul grigio neutro dello sfondo. In questi casi, è il segno a variare, mimando la forma o accelerando l'astrazione. Donati accosta i corpi, le figure divengono altro, alberi, forse foresta: spesso utilizza colori di contorno a rinforzo, così che anche il segno appaia più vero, naturalisticamente vero: e il lettore scopre la donna, ne insegue le forme. L'occhio indaga, diviene curioso.

In altre opere, al contrario, mimetizza il segno sul corpo stesso dello sfondo, e la forma diviene una scrittura assente, come una scritta verbale diafana, dilavata, cancellata dal tempo. Sono tutti procedimenti mentali, che l'artista utilizza per avvalorare il suo processo culturale ed espressivo; in una certa misura, il suo sostrato concettuale: il segno significa solo se stesso, è un viaggio della mente che accetta il limite.

Bresciaoggi   4/01/2003

Mauro Corradini 

 

 

 

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