GIACINTO FERRARO

 

Paesaggi differenti che raccontano il discorso sul paesaggio del Mezzogiorno. Di questo si tratta: di discorrere sul paesaggio che è davanti agli occhi di tutti, esplicito, evidente, ma difficile da dire, perché è difficile su di esso indugiare e sulla sua silenziosa bellezza.

In questi paesaggi non ci sono uomini, figure, ma solo la presenza della loro opera, delle loro opere e dei giorni.

Quieti con il loro ordine paziente negli alberi e nelle case, nei fiori e nei cieli.

Circolarità della terra, della vita, del destino del moto inarrestabile, fermo solo nel ricordo primordiale.

Allora la cortina di avvolgente immobilità si dipana, l’eterno ritorna transeunte, la poetica levità tradisce il dramma e la latente trasfigurazione, la dolcezza di un attimo rimanda ad una Molti sono immagini di aprile, il più crudele dei mesi, che mescola ricordo e desiderio, stimola le radici addormentate con la pioggia primaverile.

Dicono l’oblio di quello che non vediamo più e non sappiamo vedere impediti dalla sovrapposizione di altre immagini, di altre presenze deformanti. Altri raccontano l’estate con la sua stanchezza, la sua pienezza, la sua luce gialla e rossa, la campagna piena di messe e di promesse.

Pure, essi dicono la memoria di un passato prossimo e la presenza invisibile di questi luoghi, la solitudine colorata e inquieta.

E’ il racconto di questa pittura, fatto con l’ansiosa passione dei verdi e dei rossi, con la comprensione lucida degli azzurri e dei gialli, costruito con differenti operazioni di sottrazione che ne mettono a fuoco con nitore l’essenzialità.

Non c’è la retorica enfatica e stereotipata della denuncia dell’abbandono del Mezzogiorno, dell’arretratezza da mostrare con risentimento.

C’è al contrario la sincerità della dignità culturale espressa e resa visibile con tecnica raffinata e leggerezza, che lascia trasparire la limpida luce del mattino e tutte le scale cromatiche del verde, la presenza della natura come certezza riacquistata e l’inquietudine della sera tra gli alberi.

Queste trenta opere chiudono uno dei cicli pittorici iniziato da Giuseppe De Vincenti circa un quindicennio fa, un percorso che attraverso differenze determinate nella struttura profonda, arriva a questa sintesi matura, esemplare per chiarezza di tecnica e definizione di colore.

E’ una lezione di essenzialità, dove tensione per l’immagine e chiarezza della rappresentazione si trovano in uno stupefacente equilibrio.

 

Presentazione al catalogo 'La bellezza silenziosa' - 1989 

                                  Giacinto Ferraro

 

 

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