MILENA MONETA

 

Paesaggi che si allungano e si restringono, quasi alla ricerca di una loro dimensione e di una collocazione spaziale per adagiarsi o stagliarsi in una definizione di esistenza. Paesaggi che riemergono da ancestrali memorie, percepiti nell’infanzia di generazioni, filtranti l’attualità con echi che vengono da lontano: precisi e indeterminati.

Paesaggi messi a fuoco in senso letterale, appoggiati a terre affaticate e assetate: terra verde, terra cupa, terra assolata, terra che trasuda da ogni quadro (che anche quando è di scena il mare è ancora suolo: piatto, solido, concreto, fermo), traumatizzata ora dallo scoppio della luce, ora dal calare delle tenebre.

L’albero, la casa emergono dallo sfondo, quasi a reclamare la propria presenza e diventano ad un tempo frammenti di vita e di solitudine. Si fanno avanti alla ricerca del primo piano, avanzano l’offerta di una corrispondenza che tuttavia non può avvenire e prelude invece ad un’altra, ancor più definitiva solitudine di chi si separa senza trovare altre unità. Richiamo troppo vicino o troppo lontano per essere inteso.

Il tempo e l’uomo sono estromessi dal quadro come elementi del trascorrere che turbano l’immobilità, l’attimo sospeso.

La presenza umana si è eclissata lasciando solo una traccia del suo passaggio. Il tempo sembra essersi addormentato nella pigra calura, in un riflesso dell’anima.

Ciò che è rappresentato si impone allora come realistico ed immaginario, spesso lieve, ben saldo e aleggiante in una astrazione senza tempo.

Tuttavia l’espressione di tale ipnotica fissità è affidata soprattutto all’acquerello: tecnica delicata e colori morbidi che quasi annullano i contorni, sfumano e sbiadiscono a preannunciare i sintomi della corruzione, del decomporsi.

Così il paesaggio più immobile ha già in sé il processo della sua distruzione, le crepe di un suo frantumarsi o del precipitare lungo una china.

Allo stesso modo le rette non spezzano la circolarità che traspira da ogni angolazione: circolarità della terra, della vita, del destino del moto inarrestabile, fermo solo nel ricordo primordiale.

Allora la cortina di avvolgente immobilità si dipana, l’eterno ritorna transeunte, la poetica levità tradisce il dramma e la latente trasfigurazione, la dolcezza di un attimo rimanda ad una violenza che non è solo quella della luce e del chiarore.

Terra sempre uguale e mutante, terra di luce e avida solo di freschezza: arancio e verde.

                                                                                                                                

Presentazione al catalogo 'Sulle rive di una collina' 1989

Milena Moneta

 

 

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