DARIO TORCHIARO

 

Paesaggio...oltre

Mi è spesso accaduto di scorgere nei lavori di De Vincenti un'acuta attenzione e una precisa volontà volte alla scoperta, per poi rivelarla con i colori, dei segreti della luce e dell'ombra, della terra e dell'aria, del mare e del cielo, favorite e sostenute dall'esperienza e dal senso del percorso verso il Mediterraneo: luogo di conoscenza, cercato e interpretato attraverso il viaggio, e koinè, "luogo comune", diverso e ricco di espressioni visive, testimoniato e imposto dalla fitta trama della sua storia, ma anche forma spirituale che accomuna e fonde esperienza, visione e creatività.

Constatare così che l'indagato paesaggio mediterraneo e la sua consistenza luminosa continuano ad essere vivi e a parlare nell'attività artistica di De Vincenti, che è preso dal brivido di catturare, non solo con la memoria e l'intelligenza del cuore, un fenomeno eterno ma mutevole, apparentemente effimero: la solarità del paesaggio mediterraneo.

Poter osservare il modo in cui la luminosa solarità offre alla visione, poi alla memoria, la meraviglia degli elementi, delle componenti fondamentali del mondo fisico.

Ricordare la consistenza della luce e dell'ombra, il movimento dell'aria che rende nitidi i cieli e aleggia sul terreno nella calura estiva, il fluire delle acque del mare, la forma della natura e dell'artificio, che segnala la limitata presenza umana senza raggiungere astrattezze metafisiche.

I lavori esposti, realizzati nel corso del 2004 e del 2005, riflettono un'esperienza visivamente catturata e significativamente archiviata: al brivido della solarità si unisce e si somma un sereno abbandono, che si verifica dopo che l'artista ha scelto sentitamente l'itinerario da affrontare, i sentieri da seguire, che sono lì, in quel "luogo comune", per essere percorsi e farvi incontrare la vita con la piacevolezza coloristica della natura.

Il fluire del dialogo di De Vincenti con il paesaggio mediterraneo crea una pittura ricca di consistente luminosità che, rispetto a qualche anno addietro, presenta novità non irrilevanti.

La più decisiva per la genesi delle opere riguarda l'essersi spostato, l'aver viaggiato più a Sud, verso quella koinè mediterranea, ancora e sempre vitale, come a volere trovare una più palpitante luminosità e solidità cromatica; verso il luogo e lo spazio del riconosciuto mentore siciliano, Piero Guccione, «il pittore delle linee e della terra e del mare», quello che «ha il talento di saperci comunicare le sue prime emozioni che sono mediterranee».

A questo è da aggiungere che le opere sono rette da una estrema semplicità, efficace e senza ovvietà, di hopperiana memoria.

In Masseria, la nettezza architettonica dei volumi, piani di luce e di ombra, e il rigore compositivo, elementi verticali ed orizzontali, si accompagnano al puro azzurro di un cielo sereno, portatore di luce, che possiede una sua quiete.

Con L'ombra del carrubo, pastello del 2005, la ricerca cromatica legata ai valori luminosi sembra disinteressarsi dell'aspetto plastico per svelare una maestosa solitudine che si staglia nella grandezza della materia e dello spazio, posseduta dal cielo.

In Linee nel paesaggio I, opera dell'estate del 2005 dagli esiti più compiuti ed epitome del percorso artistico di De Vincenti, il tema del paesaggio e della sua luminosità si impone per l'evidenza degli elementi costitutivi, terra, mare, cielo; la natura parla il linguaggio primordiale della creazione e dialoga con gli interventi dell'uomo su di essa: lo sguardo si apre, abbraccia piccole cose - pali, segni nella terra, piante, arbusti, auto, stoppie bruciate - e sconfina nel mare e nel cielo, immensi; una composizione che, priva di artifici dinamici, dona un senso di serenità e rivela l'attitudine dell'artista a far confluire sulla tela la luce e il colore che vivono nella natura.

Con queste ultime opere De Vincenti appare giunto all'approdo dal quale ripartire: liberatosi dal sortilegio dei maestri del silenzio e dell'ascolto, egli è conscio che il senso della vita e l'esperienza del viaggio conducono sempre e comunque alla scoperta della conoscenza.

Brescia, settembre 2005

Presentazione al catalogo, mostra "Paesaggi ...otre" - Giuseppe De Vincenti , Galleria AAB, Brescia, ottobre 2005

 

Paesaggi della memoria vissuta

 

Questa mostra mira a svelare la personalità artistica di Giuseppe De Vincenti attraverso una scelta di oli, di pastelli e di acquarelli realizzati negli ultimi due anni. Le opere esposte sono frutto di una selezione che permette tanto di apprezzare l'itinerario e l'espressione artistica, gravidi ancora di riecheggiamento, consapevole o meno, quanto di comprendere gli elementi fondanti. Un percorso tra emozioni e riflessioni dell'artista.

      Riflessioni sull'apparente semplicità delle composizioni, sul contenuto lirico accompagnato dal silenzio, sull'essenzialità della pittura, sul valore espressivo delle diverse tecniche. Riflessioni e inquietudini che si condensano nell'espressione della "regionalità", sicuramente elemento fondante della pittura di De Vincenti. Riflessioni e inquietudini che premono in modo ingombrante, ossessivo: peso di cui De Vincenti, nella sua ricerca artistica, si fa carico nell'intento di trovare soluzioni a dubbi e sospetti intorno alla (sua) pittura.

Una pittura restituita su supporti non omogenei mediante mezzi espressivi diversi. Negli acquarelli l'artista segue il procedimento per diminuzione ed ottiene velature trasparenti e luminose ossia il colore aggiunto è calcolato in base al grado d'oscurità che adduce. I dipinti ad olio sono il risultato dell'atto di aggiungere continue velature sottili che si offrono in termini di fluidità di stesura, di brillantezza e di luminosità. Con i pastelli la fisicità è più evidente, decisa: la delicatezza delle tinte, la luminosità, la morbidezza derivano da una modulata e consapevole pressione della mano nell'applicare i bastoncini cilindrici.

L'abbagliante luminosità delle opere confonde i cieli e i mari. Luminosità accentuata dagli ocra di pianori e vivificata dai verdi delle forme della natura che crea e riempie lo spazio di azzurri; si blocca, quasi cristallizza, distingue e determina esattezze architettoniche solitarie e abbandonate, piani di luce e piani di ombra, non artefatte ma segni forti di spazio e di tempo, pervasi di umano isolamento.

Spazio privo di confini e retto da geometrie rigorose: la nettezza dei volumi architettonici, di luce e di ombra, si accompagna sia a tracce orizzontali, oblique segnate sui mari sia a una più materica ed evidente verticalità di pali che sorreggono i cieli e trasportano fili della speranza nell'aria. Spazio esaltato anche dalla componente dimensionale delle opere, più orizzontalità per i mari maggiore verticalità per i cieli, e reso sempre con la stessa materia, il colore. Un'espressione multiforme nelle coste e nei mari, segnata da una topografia luminosa che degrada, qui declivio lì dirupo, verso i mari azzurri come i cieli, da una solarità che emerge e impregna l'aria nella sua traiettoria per poi immergersi ancora secondo un rito naturale perduto nella memoria, luogo della consapevolezza profonda.

E' la tradizione dei nostoi a riattivare la memoria da cui nasce l'adesione quasi totale alla figuratività e scaturisce la capacità di comunicare emozioni tramite la forza del topos. Una malia così profonda e interiorizzata sembra afferrare la personalità artistica di De Vincenti, ed esaltare le opere esposte che esprimono una intensa sensibilità emotiva, allontanando quasi ogni riferimento colto, e indicano lo spazio e il tempo come coordinate di un'identità. De Vincenti ha cuore e mente per ri-toccare, sentendo e vedendo, i luoghi della memoria e del ritorno; è un bisogno fisico vedere il luogo, aspettarlo e toccarlo con gli occhi, discernere e raffigurarne gli spazi, riesplorarne i tempi e permearne la sua pittura.

Questo spazio silente ed ampio, ricco di luce mediterranea, è la pittura di De Vincenti e non "esiste solo per suo uso e piacere" ma anche in lui e per lui.

L'isolazionismo, il rifugiarsi nel mito di una natura rurale e/o marina colma di quiete e ricca di silenzi, dopo sconfitte ideologiche, non appartengono all'espressione della "regionalità" di De Vincenti.

Le sue opere svelano di appartenere ad altro. Sono l'ascolto e il registrato di una grande storia e civiltà poiché continuano a vivere nel suo topos eroi e dèi, ancora pieni di enigmatica vitalità, sbiaditi nella memoria. Essi parlano agli uomini, al cuore e alla mente. è un'eredità continuamente presente, parlante e comune, una sinopsi di valori spirituali e di azioni, applicabili fuori di un tempo e di uno spazio determinati, un atteggiamento dello spirito e un patrimonio di ispirazioni.

E' tramite quest'eredità che l'appartenere ad altro è appartenenza al tutto; è proprio della luce di questo patrimonio che nasce e rinasce il fare pittorico di De Vincenti.

Una pittura il cui "realismo" non vuol dire naturalismo o verismo o espressionismo, ma reale concretizzato dell'uno, quando determina, partecipa, coincide ed equivale con il reale degli altri, quando diventa, insomma, misura comune rispetto alla realtà stessa.

Esiste il rischio di rimanere avviluppato nel sortilegio di maestri silenziosi ma anche il bisogno di liberarsene: è questo il senso delle riflessioni e delle inquietudini che traspare nella pittura di De Vincenti.

 

Presentazione al catalogo, mostra "Paesaggi e figure" - Giuseppe De Vincenti e Ugo Donati, Sala Ss. Filippo e Giacomo, Brescia, dicembre 2002

Di luce e ombra

In De Vincenti, l’atto dell’osservare non è semplice percezione, non è autocompiacimento visivo fine a sé stesso, non è immagine naturalistica, non è desiderio narrativo, descrittivo ma è riflessione.
Riflessione sullo spazio, sul luogo, sulla località, sulla zona, sul posto, sul suolo ; riflessione sul tempo nel suo scorrere: dall’alba al tramonto, dal giorno alla notte; riflessione, soprattutto, sulla struttura e declinazione della luce e della sua evidenza e consistenza materica, il colore.
Da queste riflessioni discende l’atto pittorico; sono proprio e sempre queste riflessioni che permettono il recupero e il collegamento ad una tradizione mai spenta e continuamente alimentata: la pittura di paesaggio. E’ nel solco di essa che si pone il lavoro di De Vincenti.
Paesaggi naturali e antropizzati che sembrano escludere la presenza e la forma dell’uomo.
Paesaggi come momenti di riflessione resi su differenti supporti e con tecniche diverse( a olio, pastelli, acquarelli ) ; queste sono usate non tanto e non solo come espressione tecnica del fare pittura ma , soprattutto, come concretizzazione dell’atto percettivo meditato, contemplativo, fisso, immobile e, parimenti, mobile, sfuggente, quasi sfuocato.
Paesaggi resi con spazi fatti sia di cose (alberi, acqua, cielo, nuvole, terra, edifici,…) sia di geometria ponderata; in essi, la luce e l’ombra, il giorno e la notte si misurano reciprocamente e il colore, anche in virtù dei supporti e delle tecniche, si presta a questo sottile e meditato equilibrio: piatto, materico, fresco, quasi virgolettato.
Paesaggi della memoria vissuta, di proposito continuamente vivificata.
Spazio fatto di cose – si può cogliere il particolare – spazio a priori – le stesse cose tendono , formalmente, a svanire…ma , sempre e in entrambi, De Vincenti osserva, medita, contempla, riflette e mostra i protagonisti della sua pittura: lo spazio e il tempo , la luce e il colore.

Dal mensile d' arte "Stile" - Dicembre 2002

Pittura & Pittura - Palazzo Loggia, Brescia 13/02/2008

Il loro è un percorso artistico in parallelo che si esplicita nella qualità del fare pittura pur affrontando, distintamente, versanti diversi e differenti che oscillano tra il figurativo, più vicino alla personalità artistica di De Vincenti, e il non figurativo, più consono alla vocazione, precocemente manifestata e educata, di Perrini.

In tale percorso si coglie il senso della distanza che resta apparente, in quanto De Vincenti e Perrini sono attraversati dalla stessa convinzione, dalla stessa tensione alla verità, al silenzio da manifestare con il linguaggio ricco e versatile dell'operazione pittorica.

I due si conoscono, si stimano e dipingono diversamente, raccontano con le opere esposte la propria storia personale, il fare pittura, l'operare in pittura come diversità, adoperano corredi pittorici dissimili e pervengono a risultati differenti tramite un operare analogo che è quello dell'impegno continuo quotidiano.

Ognuno possiede un proprio alfabeto, ciò che li accomuna è il sentire la pittura come obiettivo mai pienamente raggiunto, risolutivo, e in tal modo mettono in gioco tutta la loro credibilità.

La mostra, senza alcun pregiudizio e senza alcun impedimento, registra e sottolinea un confronto che avviene sul piano del linguaggio secondo itinerari paralleli e diversi ma approdo comune, il fare pittura come qualcosa di ineluttabile.

Non una mostra dell'uno o dell'altro, ma una esposizione sulle differenti modalità dell'operare artistico che attraversa molti problemi, di linguaggio e di coscienza, con il coraggio però di confrontarsi senza sosta con l'esattezza e l'infinitezza del mondo, con l'inviolato spazio dell'interiorità.

Vogliono non essere visti per vedere ancora, per contemplare il silenzio, per essere assorbiti dalla luce, dallo spazio, dalla geografia dei propri luoghi, vogliono dipingere l'infinitezza dandone una visione non conclusa, n é circoscritta e mai definitiva. Questo vive nelle loro opere, il reale come luogo non unico della rappresentazione ma piuttosto del multiforme accadere e manifestarsi.

Hanno scelto di nominare le cose del mondo entro apparizioni ogni volta nuove : stupire ancora per il posarsi della luce, della luce nello spazio, sentire la variazione graduale del giorno dentro la notte, del silenzio vasto nell'espressione sonora della natura, e ancora stupire con i luoghi chiusi e aperti, con i luoghi dell'affettività e delle emozioni, con i luoghi della nascita e della germinazione.

E' la pittura che agisce, cerca lo spiraglio tra le diverse manifestazioni e scelte per stupire, si posa sulla superficie pittorica come fosse sempre la prima volta. Si manifesta per la luminosità del colore, per il forte sviluppo naturale, per l'assenza umana in una terra resa immobile dalla luce, per la lontananza e la spiritualità dell'azzurro, ma anche per l'esplorazione della densità e della consistenza del colore, del nero inchiostro, del grigio della cenere, per gli inserti di spine di rovo che caricano i lavori di nuove ed efficienti energie che si adagiano sulla superficie pittorica per lasciare segni e solchi.

Attorno a queste diverse manifestazioni, a un proprio pensiero, a un proprio progetto la pittura si organizza come costante applicazione e non certo come aggregazione settaria del momento : De Vincenti e Perrini hanno individuato e scelto proprie strade ma agiscono con pari dignità, ed è per questo che si ritrovano insieme e sono in grado di convivere pur da posizioni molto lontane.

Quella di De Vincenti è più attenta e sostenuta dal senso di percorso verso il Mediterraneo che, prima ancora di essere una entità spaziale e geografica, è una forma spirituale che accomuna e fonde esperienze, visione e creatività. Di questo luogo comune mediterraneo si alimenta la sua pittura - nei paesaggi assolati, nella nettezza architettonica dei volumi, nel rigore compositivo - per offrire uno spazio privo di confini e retto da una apparente geometria rigorosa.

Lo stesso rigore geometrico si ritrova negli ultimi lavori, muretti a secco , accompagnato da nuovi valori cromatici : rosa, sabbia, verde.

I Muretti a secco , peculiarità del paesaggio mediterraneo, suggeriscono una sorta di prosciugamento del dato naturale per approdare a una struttura costituita da tratti verticali e orizzontali, ad una flessibile trama di linee entro la quale si deposita e agisce il colore. Dipinti che sembrano proiettarsi in un universo formale regolato dai principi di oggettività e razionalità ed invece celebrano il dato naturale, vitale ed espressivo; non sono mai né puramente decorativi né freddamente geometrici ma celebrano e combinano due elementi di equivalenti valori, lo spirituale e il materiale, in una sorta di sintetismo debolmente geometrizzante e fortemente spiritualista.

Perrini si tiene lontano dall'aspetto geometrizzante, estraneo alla sua immaginazione poetica, tenta di rifiutare ogni rigorismo costruttivo, e si distingue per un più marcato tono lirico-immaginativo e spiritualista che specifica una pittura che è l'arte dei colori e delle forme, dell'oltre la forma e del segno, del gesto e della materia.

Una pittura come luogo di incanto e di contemplazione della propria quotidianità sospesa e retta da esilissimi segni che percorrono lo spazio della superficie pittorica e vogliono captare la profondità del colore non preoccupandosi di chiudere le forme; una pittura che lo obbliga a guardarsi intorno per scoprire il proprio riflesso, che gli impone sempre un' azione di attraversamento, un muoversi verso un altrove che approda ai più recenti lavori ( Giardino sotterraneo; Hortus; Stendardi ).

Tale azione di attraversamento, di travalicamento dei confini Perrini l' aveva già avviata negli anni scorsi con le sue Mappe (Isola sospesa; Senza Oriente.Senza più Occidente ) : rifiutare la direzione unica per affermare una sorta di nomadismo, l'inevitabile vagare con il rischio e/o la sorpresa di imprevedibili possibilità. Perrini non solo li accetta ma una delle sue opere ha per titolo Kyber-prelude al buio.

Occorre osservare ciò che dipingono, la parola serve ad avvicinare alle loro opere ma sono queste ultime a parlare, ad avere l' ultima parola, ad unire in una sorta di geografia dello spirito per dire che si ha fiducia nella pittura.



 

 

 

 

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